{Sono parole da treno, da Moleskine: ancora una volta le affido ai ben più stabili e meno tremuli caratteri della rete}
Da piccolo sapevo interpretare qualunque personaggio che ero in grado di immaginare.
Mentre altri preferivano i pupazzetti, io preferivo i Lego. Mentre si pensava ai videogiochi per i primi anni, io preferivo fingere d'essere qualcuno: scavavo dietro casa fingendomi un paleontologo alla ricerca di uno scheletro di qualche dinosauro. Meglio ancora: riuscivo ad interpretare qualunque personaggio di qualunque film. Perfido, cattivo, neutro, buono o divino.
Per quanto mi piaccia ancora interpretare altri: ad un GdR o in teatro, non ho mai perso di vista me stesso. Non ho mai dimenticato di essere semplice. Affronto i giorni a viso aperto, pronto a farmi schiaffeggiare dal vento, rimanendo a testa alta tanto da guardare tra le nuvole o a mettere la mia firma in bella calligrafia e di carattere grande nei giorni che ho passato. Pronto a sapermi rialzare o a reagire. Sono umano. Ho momenti di sconforto quando balzo nell'insicurezza, quando non so vedere aldilà di una mia decisione. Quando non sono convinto di quello che faccio. Dura un'ora, forse due. Quando va peggio il momento di sconforto diventa giornaliero, ma poi si ferma. La crisi finisce per dare spazio a qualcos'altro, come ad ogni guerra segue una ricostruzione.
I miei giorni mi danno tanto, ma fortunatamente, sono in grado di scegliere.
Ho scelto in seguito alla consapevolezza di stare bene. Ho scelto qualcosa di difficile a fare, ma terribilmente semplice da capire. Non sono ottimista, non sono pessimista: conosco me stesso.
Cammino avanti e affronto ogni momento. Non faccio previsioni. E' stata una questione di scelta.
Non c'è stato e non c'è niente a dirmi che ho fatto la scelta sbagliata. In silenzio, ho ascoltato, ascolto e continuerò ad ascoltare. Quando parlerò è perché ne avrò voglia e ci sarà bisogno. Quando vorrò sentire, chiederò.
E' successo tutto nel giro di poche ore, e ho sentito il bisogno di tutto questo, più qualcosa.
Da qualche ora mi trastullo ascoltando a ripetizione la voce di Cindy Lauper, mentre canta "True Color" uno dei suoi vecchi pezzi, del lontano 1986. Più vecchio di me. Fortuna che la musica non invecchia mai. E' strano ascoltare un qualcosa di questa delicatezza, soprattutto in questi giorni che passano tra u2, Bruce Springsteen, Pearl Jam, CCCP Fedeli alla Linea, Consorzio Suonatori Indipendenti, la voglia di libertà dei Modena City Ramblers del periodo pre-ispanico (i.e. "Riportando Tutto a Casa") e la dolce malinconia dei testi di Franco Battiato.
Tuttavia è la canzone della Lauper quella che mi incanta, costringendomi ad appoggiare il gomito sul bordo della scrivania e ad appoggiare la mano al mento; sguardo poco più su del monitor del computer sul quale sto scrivendo, e poi si fa un tuffo nei miei pensieri: stile buono, entrata in acqua non tanto, purtroppo la mia mole non mi concede il lusso di impattare la superficie dell'acqua senza sollevare schizzi. Forse perché son pigro, forse perché sto perdendo lo smalto di un tempo, non ho più tanta voglia di tradurre la canzone, credo che dica qualcosa di bello in ogni suo verso. Non mi sforzo neanche un poco a cercare a capirlo ma dice per ben due volte "Show me a smile" e "You know, I'll be there". Per chi non conosce l'idioma d'Albione, le due frasi sopracitate significano "Mostrami un sorriso" e "sai che sarò lì".
Riescono a tirarmi vagamente su di morale, sebbene la tensione di questi giorni mi stia stringendo come una morsa d'acciaio: non quella da meccanico eh, è passata di moda: la usano tutti i tipi di cattivi dei film horror/splatter; bensì quella morsa che si usa per spaccare le noci. Da piccolo (e anche ora) sobbalzo al sentire il "crac" deciso del guscio della malcapitata noce che si spacca.
Mamma mia, che thread naif, mi sto quasi facendo schifo da solo per come divento quando ascolto una canzone appena più melodiosa, eh vabbeh: questo è il vero potere della musica.
Come un telefono cellulare, il mio cinismo ha bisogno di una caricata (solo di batteria, per fortuna non di soldi) che salutariamente gli dò il venerdì sera di ogni fine settimana, chiuso nel cubo forato di camera mia (fori su due facce: porta e finestra), quella camera di Selvena.
Qual è il mio vero colore? Boh.
Penso di non essere di nessun colore in particolare: ma se non si è colorati si è bianchi? Allora sono bianco. Accetto la sentenza con una certa riluttanza a ricordare che il Bianco nella bandiera della Fu Repubblica Democratica Italiana rappresenta la tradizione cattolica
Introibo ad altare Dèi (cit.)
però il bianco in cui mi cullo non è quel bianco della bandiera che gli inetti inseguivano ne "la Divina Commedia" di Dante Alighieri, non credo che sia lo stesso bianco ambito nell'anti-inferno da Bonifacio VIII, bensì il Bianco di chi ha scelto la propria parte, di chi ha messo a disposzione di terzi una tela su cui dipingere qualcosa: sia questa una nera eclissi, o, a detta dei CSI "un'alba blu".
Entrambe sarebbero belle, ma le gradirei dipinte alla maniera di Monet (del quale vanto un quadro auto-colorato con guida sotto, comprato all'edicola di Selvena nell'oramai lontano 2001, alla vigilia dell'esame di terza media).
Il bianco di cui mi beo è quello dal quale ho cancellato tutti i colori, un orfano del passato disposto a farsi adottare e, allo stesso tempo qualcuno con una memoria eccelsa, ma non disposta a ricordare quanto ha passato, quanto hanno visto questi occhi e sentito queste orecchie.
Ogni cosa che ho passato mi crea imbarazzo; è più forte di me: non riesco a ridere pensando alla maggior parte dei miei ricordi. Porto le mani alle tempie e comincio a battere la testa sulla scrivania, stando sempre attento al naso; quando va peggio, proprio alle brutte, comincio a dire "Scemo, scemo, scemo..." tante volte quanto basta a sovrascrivere il tutto, ma non ci riesco mai veramente.
Forse perché da quello che ho passato ho preso i degni appunti per essere quello che sono ora.
Forse perché non è detto che togliendo tutti i colori possibili si ottenga un colore brutto.
Il Bianco è bellissimo.
Sono andato a vedermi dopo mesi d'attesa "il curioso caso di Benjamin Button". Intriso nel patriottismo americano tanto quanto una bruschetta nell'olio ad una festa dell'Unità in qualche paesello del senese. La cosa mi dispiace un po perché a parte qualche leccata di "didietro" qua e là allo spettatore, il film offre uno dei più belli, se non il più bello spunto di riflessione che un film mi abbia offerto.
Uno spunto di riflessione prende vita da una domanda, vi si origina, nasce piano piano come idea di una risposta, dall'idea si passa ad un'ipotesi raffinata che piano piano comincia ad arricchirsi fino a raggiungere la forma matura e (si spera) perfetta di tesi.
Di risposte al mondo sono presenti già tutte, purtroppo sono le domande che scarseggiano.
Ciò che non è presente per una trasformazione viene improvvisato con risultati offensivi all'intelletto di artisti pseudo-depravati e di neofascisti dediti a quella "forma d'arte" che loro chiamano futurismo.
Impressionante quanto tenda ad essere un convinto conservatore, almeno in campo artistico - certo, una volta Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi detti rispettivamente Michelangelo il primo (fantasia - ma che tra l'altro vanta una via intitolata a lui anche a Selvena) e Caravaggio il secondo.
Chiudo la parentesi tanto per mettere davanti ai cari, nostri occhi, quanto può diventare brutto quel nostro intorno chiamato mondo nel quale ci apprestiamo a vivere se tentiamo di distorcere la realtà e rappresentarla secondo le nostre "emozioni", i piedi servono per camminare, non per dipingere.
La vita vissuta al contrario può essere interessante sotto ogni punto di vista, si è neonati per ben due volti, due estremi di dimensioni "piccole" in un intervallo di tempo lungo tanto quanto una vita normale.
Da bambini abbiamo sempre la nostra forma di demenza, privi di coscienza per quello che si fa quando picchiamo il cuginetto o il fratellino, quando tiriamo la coda al gatto, quando urliamo perché vogliamo ancora della pappa. Tutti si stupiscono quando cominci "ad agire come da protocollo".
Quando dici "pronto" al telefono, quando prendi il tuo primo 10 e lode a scuola scritto a tutta pagina nel quaderno dalla penna rossa della maestra.
Da vecchi è lo stesso, e anche qui lo stupore degli altri viene fuori quando si fa qualcosa che rientra perfettamente nel modus operandi degli adulti.
Una seconda demenza, si, ma a differenza del Button del film, non siamo neonati due volti. Per fortuna, aggiungerei.
Tutto ciò che conta davvero nella vita, lui lo trova a metà strada, eppure sono convinto che non sia così.
Qualcosa mi dice che trovi ciò che vuoi nella vita se e solo se vuoi farti veramente trovare. Io me ne sto nel mio piccolo covo che ho arredato a mò di mondo perfetto. Difficile da entrarci se non impossibile, difficile che da questo io vi esca. Mi piace stare da solo a pensare a ciò che di buono, per me, potrei fare. Molti lo chiamano egoismo, però quello che faccio non lo faccio per il mio ego, non per sentirmi di più ma per sentirmi solo meglio. E' così difficile pensare che faccio del mio meglio solo per sorridere quando mi guardo allo specchio? E' difficile pensare che io non voglia nessuno intorno a me, perché quando qualcosa come una mosca mi ronza intorno cambio in peggio? No. Me ne sono reso conto.
E' infine ovvia la tesi che sto esibendo, cercando di non disturbare con le mie parole pensieri altrui che posso, in silenzio, rispettare: la cosiddetta "felicità" arriva da te se gli apri la porta. Cos'è la felicità per me? Riuscire ad andare a letto la sera e riuscire a prendere sonno, svegliarmi la mattina con gli occhi semichiusi davanti allo specchio e riuscire a dirmi "sei pronto?", riuscire a fare di me stesso qualcosa di indipendente da interazioni umane quali scambi di pensieri, sentimentalismi, sensazioni che vanno a formare un rapporto duraturo di coppia.
Sinceramente, non ho bisogno di rapporti primitivi mascherati da "scelta di vita" dall'evoluto travestimento dei sentimenti.
Il tizio in verde fischiò con decisione nel fischietto, facendo cenno al pilota del treno di partire. Dal finestrino chiuso a mezza via salutavo gli altri, muovevo un po la testa nella piccola fessura, oltre che le mani; mi permetto di guardarli attentamente, poiché per tanto, troppo tempo non li rivedrò. Non è mai un addio, per fortuna, è solo un arrivederci. Non sono mai stato capace a dire addio, neanche quando mi convincevo di farlo. Forse perché sono una parte integrante della mia vita, forse perché ringrazio che per tante, grandi e piccole cose, loro ci sono. Non sono lì a due passi da uscire di casa, farsi quei pochi metri, e suonare al loro campanello; ma quando ti trovi a condividerci qualcosa la sensazione è esattamente la stessa.
Il viaggio nel treno sembra un viaggio nel tempo: si alternano rovine, castelli, giovani, vecchi, cielo, nubi e pioggia. La pioggia penetra dai finestrini "chiusi" e non in una carrozza di un regionale di seconda classe.
Tossicchio, e sento la gola stridere tanto da farmi male. In quel momento, quando sfioro il mio collo mi travolge un'ondata di pensieri. Qualcosa dall'amorevole peso di una tonnellata e più, e a me non resta altro che farmi travolgere. Nell'ordine prendo: una pseudo-moleskine dall'aspetto medievale, e una bic della quale, non senza agitazione, tolgo il tappo, appoggiandone la punta sul foglio.
Muovo il polso per scrivere qualcosa, ma la penna non lascia segno, sebbene sia piena zeppa d'inchiostro. Un suggerimento per usarlo in occasioni migliori? Oppure una pacca sulla spalla per dirmi "suvvia, riposati e goditi il viaggio" o frasi del genere.
Non dormo, odio farlo nei treni. No, non ho paura di rimanere a bordo mentre il treno continua la sua corsa, bensì ho paura di non godermi il viaggio. Occhi aperti mentre attraversi il mondo: mi sono sempre chiesto perché quei due tizi che avevo accanto in aereo, nel lontano 2005, dormivano mentre io, meravigliato, passavo sopra a Parigi con l'aereo. Prima ancora Londra, prima ancora Dublino e l'Irlanda tutta che salendo in alto diventava un giocattolo.
Esiste qualcosa che è per sempre? E' possibile sistemare un otto in posizione orizzontale così da cambiare il suo significato in infinito? Cosa è per sempre? L'amore? No, prima o poi si muore.
L'amicizia? Vedi sopra. Il mondo? No, ancora rimangono cinque miliardi di anni all'esplosione del Sole, quando si trasformerà in una gigante rossa...poi insomma, cinque milardi non sono l'infinito.
La tesi più ovvia è che tutti noi, in un modo o nell'altro siamo una goccia di eternità. Non una serie di numeri, ma un insieme. Non un vettore, ma una matrice. Non un'ora, ma un processo di secondi: non una manciata, un processo, pericolosamente tendente all'infinito.
Siamo ciò che siamo per le scelte che facciamo, più che per quelle scelte che ci vengono imposte, più che per quelle idee che cerchiamo di martellarci in testa come se fossero insegne di locali.
Capisci chi sei quando stai con le spalle diritte: liberi dai pesi che porti, sai chi sei quando sei spensierato, nonostante studi, problemi e varie ti attanagliano. Sai chi sei quando capisci che anche in mezzo al nulla, con quelle persone di cui - con piacere - ti circondi, ti accontenti di quello che con altre sembrerebbe oro colato.
Grazie a tutti voi.
Immerso tra equazioni, stime e tutto quello che implica una facoltà di ingegneria, mi trovo a riscrivere, ancora una volta
dietro questo banco. Dopo un addio a tutto quello che prima fu, prima dei pentimenti per ciò che dopo sarà. La testa piegata in avanti così come le spalle, ma non appoggiata alla tastiera, anzi: allo schermo del portatile: un po
perché fa troppa luce ed i miei potrebbero - giustamente - alzarsi e righiarmi contro, sebbene abbia settato la luminosità al minimo. Se mi chiedete perché non sia in camera mia è precisamente perché questo post è scritto nella sua, spero, integrità
in quel di un bungalow al campeggio. Sto comodo nelle posizioni scorrette, anche perché vorrei vedere voi a scrivere su una sedia senza
ombra di un qualche poggiaschiena, uno sgabello un po più tarchiato per spacciarsi da mobile da cucina.
Sono state sere interessanti, un po introspettive, nelle quali alle nostre parole ha fatto sfondo una strada di un paio di kilometri, percorsa tante volte da farli diventare venti, quei kilometri: avanti, dietro, su, giù, dietro di fronte, con qualcosa da bere consumato un po
qua un po la, a cantare su un palco invaso da ragazzini e da grandi nostalgici di cantautori italiani una canzone straniera: "With or without you" che oramai ai karaoke vari è diventata il mio cavallo di battaglia, nonostante mi dedichi ad altra musica. Fa bene ascoltare quella canzone, cantarla fa ancora meglio: è come convincersi di riuscire a fare qualcosa che sai già di non saper fare.
Avete presente i bambini piccoli che giocano a pallacanestro, dove il canestro è alto non si sa quanto più di loro?
Ecco, quei bambini lo guardano con occhi immensi dicendosi, dentro di loro "io ce la faccio, io ce la faccio, io ce la faccio" ennesime volte, e alla fine,
alzano le braccine e con quanta forza hanno, gettano il pallone verso l'alto, cercando di dargli l'orbita giusta per fargli centrare il canestro e talvolta,
ce la fanno. Sono pochi quelli che riescono a prendere in pieno il bersaglio.
Il mio bersaglio, anzi no, che brutto chiamare bersaglio un'essere vivente, era lì davanti a me.
Poche sere su tutte quelle complessive, e purtroppo non ho avuto il piacere di percorrere quella strada.
Avanti, indietro, sarebbero diventati addirittura trenta o quaranta quei kilometri, sebbene avrei avuto poco da dire: la mia timidezza in certe
situazioni impera e ancora una volta si è dimostrata essere tale. Forse se c'è una cosa che diverte le donne è vedere l'uomo di turno starsene lì a fare un collage di parole rimediate per un'eccelsa botta di voisapetecosa e spiattellarle lì davanti.
La tipica scenetta dell'imbranato, che almeno nel caso mio diventa tinta unita coi capelli, e non è più in grado di dire niente.
O dice solo sciocchezze, eppure stavolta ho detto troppo, più di quanto un paio di orecchie normale sarebbe in grado di ascoltare.
Ho ascoltato, quando non ho parlato, perché se c'è un errore immenso è il non ascoltare le persone che ti stanno intorno: potrebbero parlare degli
altri, o di te, ma se c'è una cosa che vale la pena di imparare è che le persone in ogni tipo di parere sanno essere soggettive.
Ogni sfumatura assume una certa interpretazione, e a te da buon allievo pittore non resta altro che cercare di prendere un pennello in mano e confrontare
quanto le tue sfumature siano uguali alle sue. Peccato che io non sappia dipingere, e sia troppo stanco per mettermi a fare calcoli: sdraiato su di un letto con le
mani dietro alla nuca a guardare quello che poi è il letto sopra il tuo, perché si sa: purtroppo ai campeggi sono soliti mettere letti a castello nelle camere destinate
"ai bambini". Su quel letto a castello non ho lasciato niente: perché i pensieri si sono scortesemente rifiutati di uscire, esprimendo chiaramente il desiderio di seguirmi
fino a qui, fino a casa. Ed ogni volta che vedo accendersi la maledetta luce rossa del cellulare, ogni volta che utilizzo msn, vari e derivati, ma non è quella finestrella a diventare
arancione, anzi: non appare proprio, ogni volta che mi propongo un traguardo e già vado aldilà di tale per vedere chi arriva prima, scoprendo che non arriva nessuno a
tagliarlo poiché io vi sono dietro e tutto perché ho paura di rischiare.
Ogni volta che penso a quanto mi sono perso a causa di una timidezza fondatissima.
Ogni volta che penso a quello che potrei o non potrei avere.
Ogni volta che penso se lo potrei avere.
Ogni volta che spero di vedere risposte dietro occhi verdi.
Ogni volta che cerco a due mani o più nei ricordi per uscire solo con della sabbia bagnata tra le mani.
Ogni volta che mi sento consolare e sento come un urlo venire non dal cervello, ma da tutto il mio corpo.
Ogni volta che mi chiedo che ci sto a fare.
Ogni volta che mi dico che sarebbe peggio se...
...per poi riprendermi e dire che potrebbe anche andare meglio.
Ogni volta che cerco una sua scia, ma non sono in grado di seguirla.
Ogni volta che il mio cervello lascia qualche istante casa per pensarle e tenta di seguirla.
Ogni volta che mi domando, come adesso, quali saranno le sue reazioni qualora legga tutto questo,
quando da mesi la vedevo muoversi da sconosciuta, almeno per me, in ambienti per me troppo noti.
Quando chiedevo ad altri chi fosse, e gli altri mi rispondevano.
Quando chiedevo a chi l'avesse conosciuta com'era: se bella, simpatica, se taciturna, se chiacchierona.
Quando un'unica degli altri mi ha sorretto, sebbene non abbia potuto evitare il mio sprofondare.
Quando mi domando che cosa succederà.