Traccia lasciata da Defrel nella Neve il domenica, 25 ottobre 2009 alle 13:00
Di questi tempi si cammina per le strade non prima delle sedici e qualcosa, quando il Sole comincia a salutare tutti per via dei suoi scomodi orari di lavoro che richiedono la sua presenza "altrove". Si cammina tra discese e salite, non sarei in grado di dire se faccio più le prime o le seconde, ma posso senza ombra di dubbio affermare che c'è quell'odore familiare di foglie bruciate a farmi compagnia.
Qui l'autunno è così: un bruciare continuo di foglie e di tempi passati, in roghi più o meno visibili che vengono appiccati nei giardini dietro le case, al riparo dagli occhi di tutto e tutti: posti intimi gelosamente conservati da difendere con un rastrello, un badile e una carriola.
E' una pratica che ha del perverso quella di bruciare le foglie. Volendo essere poetici (i.e. volendo applicare un significato romantico o simile a qualunque gesto) sembra di voler scacciare il pensiero che la nuova stagione è arrivata, cercando di aggrapparsi in ogni modo al ricordo di un'altra estate persa, di un altro po di tempo che è passato, di risate, amori e scoperte che si mettono in fila insieme ad altri anni per prendere posto sulla giostra della memoria.
Salutiamo tutto mangiando qualche castagna troppo dura per essere masticata. Rischiamo di strozzarci, ma il vino ci viene in aiuto e riusciamo a mandare giù anche questo boccone. Fuori il freddo ci mette del suo, chiedendoti di lasciare la strada e ciò che ti circonda all'autunno e all'inverno che verrà dopo di lui. Non è tempo per me, per Noi e per Voi adesso, o forse sì.
"Russia Russia, tu sei nata per comandà" canticchia qualche vecchio pervaso da uno spirito nostalgico-bolscevico per strada in ricordo di quei vecchi autunni "più caldi" in cui il rosso delle bandiere del Partito Comunista ricordava il rosso del cinabro delle Miniere che tenevano in alto il paese.
Un Cristo il cui corpo era fatto di Mercurio anziché di pane. Un Dio che veniva imprecato tante volte al giorno quante sono le foglie che vengono bruciate tuttora: quando c'era un guasto, quando si cadeva, quando si subiva qualcosa di troppo grosso. Quando, dopo qualche bicchiere di vino, ore di lavoro e momenti di stress accumulati durante una partita a briscola, si trovava un piccolo momento di sfogo in una bestemmia. Qualcosa per attaccare una presenza che non c'è in modo tale da non poter nuocere a nessuno intorno a te, non direttamente almeno.
Preferisco camminare per le strade in autunno: la gente da il meglio di sè solo in questi tempi, purtroppo. Riscoprire la propria casa in compagnia di una tazza di tè e di un film riesce a farti apprezzare meglio quelle piccole quotidianità che ogni estate se ne vanno in vacanza. I fiori dell'autunno sono invisibili, ma non si vergognano a farsi cogliere da chi li vuole. Non hanno profumo ma trasmettono un po di calore, non hanno petali ma hanno il sapore del vino. Non si deve rischiare nulla per poterli prendere, ma bisogna solo fare uno sforzo e ricordare chi siamo e da dove veniamo. Ripassare, non tornare, da dove siamo partiti per poi riprendere il percorso che ogni volta si allunga di un poco: la curva chiusa diventa una linea retta poco a poco.
Accatastiamo le foglie. Accendiamo il fuoco e scaldiamoci un po: è questo il tempo per Noi.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il mercoledì, 14 ottobre 2009 alle 10:21
Talvolta una scintilla è sole per gli occhi, ma negli occhi non nasce la vita.
Talvolta senti il bisogno di saltare, correre e fare tante belle cose che possono suggerire al tuo corpo quella tanto agognata "libertà".
Molte volte non puoi correre come vorresti: hai delle responsabilità verso le persone che ti vogliono bene.
La tua libertà finisce dove comincia quella degli altri e ne sei consapevole.
Tuttavia ti rendi conto che, nonostante tutto, la tua libertà è un bisogno non trascurabile, è qualcosa che hai bisogno di sapere che possiedi, seppur per un'ora al giorno o meno.
Quel momento è tuo e tuo soltanto.
Nessuno è veramente solo: quando si è soli per scendere dall'albero più bello occorre fare attenzione a dove si mette i piedi per scendere a terra, una volta lì o si risale su quell'albero che ci faceva così tanta compagnia o ci si mette in cerca di un rifugio nuovo.
Quando non si è da soli possiamo buttarci di sotto tranquillamente: ci saranno sempre un paio di braccia che ti salveranno dall'impatto con la terra. Si può anche scendere giù con tutta la calma di questo mondo: qualcuno ai piedi dell'albero ci sta aspettando.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il lunedì, 14 settembre 2009 alle 16:01
Firenze torna davanti ai miei occhi dandomi un piovoso benvenuto. Tuoni e fulmini parlano di cose loro nel cielo. Il brutto di essere atei è che non si può dare la colpa a Dio o a Satana se le cose vanno male.
Un dolore vecchio di vent'anni e giovane di un paio di giorni mi spezza la schiena, chiedendomi di trattenermi a letto. In piedi mi piego su me stesso e mi ritiro su, inspirando ed espirando. Prima naso poi bocca. Successione di infiniti termini e finiti valori assunti: solo bocca e naso, per infinite volte, o meglio, per un'infinità numerabile di queste.
Non andare, non toglierti di casa. Ritorna a dormire. Non lavarti i denti e la faccia.
Fai tutto in una quantità misera di tempo, pronto a varcare la soglia con la consapevolezza d'essere stanco di essere l'eroe di te stesso. Un supereroe senza poteri e con superproblemi. Rabbrividisci quando senti una seconda fitta di dolore nella schiena, rabbrividisci un'altra volta quando ne identifichi la fonte: sono un egoismo e un ego da poco rinvenuti, ma da sempre odiati. Odio gli egoisti e i falsi altruisti, chi fa troppo per gli altri al solo scopo di non pensare a se stesso. Ne ho fatto parte per qualche tempo, ne possiedo ancora la tessera.
Consapevole di ciò che vuoi, privo di conoscenze su ciò che hai.
Tutto nella vita ha un prezzo. Il prezzo della felicità che vuoi è sconosciuto. Sicuro di avere credito per pagarlo?
No? Comincia a mettere da parte i soldi.
Chi è stato è stato e chi è stato non è, chi c'è c'è e chi non c'è non c'è.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il sabato, 22 agosto 2009 alle 13:46
Ai veri uomini quando nascono gli viene messo un pallone da calcio accanto al biberon. Gli vengono fatte foto di ogni formato e ogni misura quando indossano la loro prima maglia da campione. Maglie a striscie con dietro un numero, calzoncini, calzettoni e scarpette: orgoglio della famiglia nel tempo di uno scatto.
Ai veri uomini viene insegnato che la vita si affronta in un campo. Viene insegnato che l'unico modo di avere ragione è "invadere" la regione di qualcun altro con qualunque mezzo, socializzando tutti per poi rendere immortale l'unico vero uomo che tira la palla verso il cuore della regione nemica.
I veri uomini sono insofferenti alla disciplina e all'apertura mentale: pensieri di chi è vissuto prima ed è morto non interessano ai vivi. Conoscenze ereditate da generazione a generazione servono a poco, essere oggetto di venerazione tra i pari età come una divinità invece è tutto.
Uomini come loro stringono la mano spezzandola solo per comunicare attraverso la stretta un ipotetico vigore che cade come un castello di carte quando la realtà soffia, speranzosi che tu passi loro dopo la stretta il gagliardetto della tua squadra, sia questa esistente o meno.
I veri uomini fanno impeccabilmente mostra di loro in due ore settimanali di scuola: in dodici minuti girano sei, sette o otto volte intorno ad un campo di calcio, guadagnandosi nell'ordine: alzata di media, stretta di mano col professore megalomane, complimenti da tutta la classe e a seguire derisione collettiva degli ultimi, fiacchi, corridori.
I veri uomini sfruttano i falsi uomini come parassiti. Ciò che i falsi uomini sanno non è necessario a vivere: basta solo per quei pochi anni tra i banchi e dopo ciao a tutti: la sottile illusione di potere data dai primi incontri col gentil sesso è inebriante e convincente, così come l'illusione data dal possedere quell'attrezzo sgargiante che - purché bello da vedere - è pur sempre un motorino.
Qualche anno dopo rivedi i veri uomini: qualcuno lavora grazie ad agganci, qualcuno se l'è presa nel culo.
Il loro comune denominatore è quel sabato sera che li "riscatta" dalla monotonia: accasciati per strada dopo una notte passata ad urlare a destra e manca dietro a qualche paio di tette. Li vedi lì negli angoli col fiato puzzolente di vomito e impregnati di alcool, incapaci di apprendere che quando la vita ti ammonisce o ti espelle, non usa nessun cartellino. Incapaci di ricordare cosa succede al pallone quando viene forato.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il domenica, 09 agosto 2009 alle 20:33
Quando ero piccolo mi fu detto che ciò che la vita "ti manda incontro" è solo un susseguirsi continuo di prove al fine di poter dimostrare (a chi?) se si è in grado - o meno - di continuare ad andare avanti. Le lezioni brutali del catechismo ogni tanto mi rimbombano in testa: vibrano come un diapason riuscendo a darmi la spiacevole sensazione di essere prossimo ad esplodere.
Il troppo stroppia, questa è una frase terribilmente veritiera. Stroppia anche per me, nonostante le mie spalle siano abbastanza larghe da poter resistere a molte, ma non tutte, delle cosiddette prove della vita. Affrontare il mondo spavaldi e con il sorriso sulle labbra alle lunghe stanca. E' uno stancarsi progressivo: prima senti cedere le ginocchia, poi tutto il resto, finché non ti viene voglia - come a me ora - di addormentarti.
Un lungo esilio di qualche centinaio di anni tra le braccia di Morfeo è una tentazione alla quale ora come ora non riuscirei a resistere. Andarmene, svanire in una nuvoletta di fumo, PUF! Non esserci più (o non essere più? Questo è il dilemma).
Sarà perché, diciamocelo, ultimamente non ne va bene una. Sarà perché alla fine ti senti irrispettato da un mondo che continua a darti le spalle mentre te gli corri incontro ansioso di provare (che bellissimo verbo) di fare del bene. Supponiamo di trovarci su una strada: ci siamo io ed il mondo che camminiamo uno a pochi passi dall'altro: il mondo, tutto ciò che è la mia vita all'infuori di me medesimo va per la sua direzione. Dov'è scritto che Io debba sempre seguirlo? Dov'è scritto che io non possa dare le spalle al mondo, stanco di continue battaglie perse. Stanco e sudato al punto da voler prendersi qualche annetto di ferie senza vedere nessuno, desideroso di vedere come staranno le cose dopo? Perché non posso ridere quando ne ho bisogno (visto che quello che accade tutto aiuta fuorché a ridere)?
Non trovo che una risata possa fare miracoli, ma almeno farti continuare a camminare in direzione del mondo in quella via, si. Non riesco ad identificare la cosa di cui ho bisogno (e se mi conoscete, come mi conosco io, scoprirete che questo mi fa incazzare come una iena).
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 16 luglio 2009 alle 21:53
Viaggio in treno con la schiena incollata al sedile rivolto nel verso opposto a quello di marcia del treno, quando ritorno. Guardo nostalgicamente il posto da cui sono partito per fare ritorno a quella caricatura di Itaca che è la mia abitazione fiorentina: non la chiamo Casa né lo farò mai, Casa è un'altra cosa.
Appoggio un gomito sul bracciolo della poltrona, alzo il volume dell'iPod per cercare di non sentire la voce del controllore mentre chiede i biglietti agli altri viaggiatori e poi tiro fuori il mio blocco di fogli bianchi, facendo scorrere vari fogli carichi di conti e grafici fino ad arrivare ad uno bello bianco. Vi poso la penna, ma non riesco a scrivere nulla. Sono limitato a scrivere al contrario di quanto lo sia a parlare. Non riesco a mettere due parole insieme perché mi sembrerebbero forzate, le lascio fermentare come una birra nella mia testa così da aspettare che prendano un gusto migliore.
Avrei chiamato questo post "Tempesta Elettrica" ma ho optato in un secondo momento per "Tempesta Elettronica" in quanto renda meglio quello che ho in mente. Non è di un fenomeno naturale che parlo, ma di un fenomeno artificiale. La natura dopo ha provveduto a curarlo come meglio ha potuto: intervento tempestivo con la delicatezza di una foglia di platano.
Non so se la mia sia megalomania: dopotutto chiamo "Natura" il vero me stesso che, per mesi (un anno quasi), se ne è rimasto a guardare legato ed imbavagliato in uno stanzino da qualche parte dentro me quello che aveva preso il suo posto.
Sono stati tempi freddi, sono stati giorni tristi rinchiuso in una camera con il letto perennemente sfatto, intento a ricopiare libri pagina per pagina su un quadernaccio dalla copertina spiegazzata al fine di poterli memorizzare meglio, oltre che a cercare di acquisire alla perfezione le contorte logiche di quei misteriosi algoritmi e di quelle altrettanto misteriose espressioni.
Non ho trovato quello che mi serviva - e mi servirebbe ancora - tra le pagine di un libro, tra i libri di una biblioteca, tra i banchi di un'Università. L'unica cosa sicura è che tra questi luoghi avevo esiliato me stesso. Un sarcasmo, un cinismo eccessivi portano inevitabilmente all'auto distruzione, finendo per spargere tristezza intorno a se, ma non come una barriera: bensì come se dovesse essere il modo in cui, da allora in avanti, il mio modo di rapportarmi. Non c'erano barriere. C'erano costruzioni fatte da cose brutte, tanto rancore in primis.
Sei arrivata come un fulmine, suggerendomi a bassa voce e con molte meno parole di quelle che uso io per dire anche una cazzata che i fulmini cadono anche a ciel sereno. Hai buttato giù tutte quelle costruzioni messe su in tanto tempo con un colpo di spugna. Sembrava quasi tu stesse distruggendo quella finzione con la stessa facilità con la quale si cancella una lavagna con una cimosa. Ballavi tra le macerie, fuggivi in un filo di fumo quando cercavo di stringere le mani per cancellarti.
Nonostante il mio orgoglio, sei stata capace a ricordarmi che io ci sono sempre. Nascosto da qualche parte, si, ma ci sono e lentamente mi hai aiutato a tornare fuori. No, non fraintendere: non mi hai cambiato, mi hai solo costretto a riflettere su quanto fosse ridicola quella situazione. In fondo, si tratta solo di essere buoni o cattivi.
Forse non riuscirò mai a dirti come voglio quello che devo dirti, piano piano ci riuscirò ma non assicuro niente, anzi: forse ci metterò ancora di più o peggio ancora: me ne starò zitto zitto perché nel guardarti capisco che hai capito abbastanza di me.
Carissima Ragazza, ti chiedo: con che spirito ti muovevi mentre mi rivelavi chi sono? Ti sei accorta che dal provare imbarazzo nell'essere toccato sono passato al timore di far troppo forte quando ti faccio una carezza?
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 25 giugno 2009 alle 18:47
{Sono parole da treno, da Moleskine: ancora una volta le affido ai ben più stabili e meno tremuli caratteri della rete}
Da piccolo sapevo interpretare qualunque personaggio che ero in grado di immaginare.
Mentre altri preferivano i pupazzetti, io preferivo i Lego. Mentre si pensava ai videogiochi per i primi anni, io preferivo fingere d'essere qualcuno: scavavo dietro casa fingendomi un paleontologo alla ricerca di uno scheletro di qualche dinosauro. Meglio ancora: riuscivo ad interpretare qualunque personaggio di qualunque film. Perfido, cattivo, neutro, buono o divino.
Per quanto mi piaccia ancora interpretare altri: ad un GdR o in teatro, non ho mai perso di vista me stesso. Non ho mai dimenticato di essere semplice. Affronto i giorni a viso aperto, pronto a farmi schiaffeggiare dal vento, rimanendo a testa alta tanto da guardare tra le nuvole o a mettere la mia firma in bella calligrafia e di carattere grande nei giorni che ho passato. Pronto a sapermi rialzare o a reagire. Sono umano. Ho momenti di sconforto quando balzo nell'insicurezza, quando non so vedere aldilà di una mia decisione. Quando non sono convinto di quello che faccio. Dura un'ora, forse due. Quando va peggio il momento di sconforto diventa giornaliero, ma poi si ferma. La crisi finisce per dare spazio a qualcos'altro, come ad ogni guerra segue una ricostruzione.
I miei giorni mi danno tanto, ma fortunatamente, sono in grado di scegliere.
Ho scelto in seguito alla consapevolezza di stare bene. Ho scelto qualcosa di difficile a fare, ma terribilmente semplice da capire. Non sono ottimista, non sono pessimista: conosco me stesso.
Cammino avanti e affronto ogni momento. Non faccio previsioni. E' stata una questione di scelta.
Non c'è stato e non c'è niente a dirmi che ho fatto la scelta sbagliata. In silenzio, ho ascoltato, ascolto e continuerò ad ascoltare. Quando parlerò è perché ne avrò voglia e ci sarà bisogno. Quando vorrò sentire, chiederò.
E' successo tutto nel giro di poche ore, e ho sentito il bisogno di tutto questo, più qualcosa.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il venerdì, 05 giugno 2009 alle 19:43
"Piangerai come un vitello" così mi dicesti dopo l'ascolto di "Linea Gotica" e prima dell'ascolto di "La Guerra, la Terra, una Questione Privata" due tasselli di uno stesso mosaico musicale che piano piano hanno arricchito i miei anni universitari, nei quali ogni volta che ho guardato al cielo ho visto una cupola a coprirmelo in parte, e sulla quale solo una volta sono salito così da poter vedere per una volta limpido e senza oppressioni di palazzi, il cielo fiorentino.
Quel mosaico che abbiamo costruito insieme, e che tra un poco rimarrò a costruirlo da solo, poiché te ne vai. Sei un genio, e lo sai. L'amico col quale ho condiviso gioie e dolori che tre anni di studi possono dare, tu ti appresti a laurearti, ed io rimango ancora un poco indietro. Quanti esami ti rimangono? Quanti i cerchi di fuoco deve saltare ancora una tigre per sentire l'applauso del pubblico? Non li voglio contare.
Tra le mani intente a collidere ci saranno anche le mie, ovviamente accompagnate da qualche infamata poiché lì per lì forse mi brucerà che tu sia diventato "Dott. Ing." prima di me. Eppure mi andrà bene lo stesso...salvo il fatto che hai deciso di lasciare Firenze. Hai deciso di salutare la tua Sardegna per venire qui, e adesso ti appresti a salutare me e quegli altri tizi che oramai fanno da sottofondo ai nostri assoli per andare chissà dove. Il mondo non ti aspetta di certo, ma tu sai come fare a chiedergli un ricevimento.
La cosa più appropriata per descrivere il mio stato d'animo attuale è "incazzatura furiosa" al pensiero che il mio migliore amico mi sta salutando, e mi rimangono pochi mesi per fare con lui tutto ciò che non ho fatto finora: invadere il Vaticano, correre nudi per Firenze oppure andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti a Cerreto Alpi per farlo tornare su suoi passi. Obiettivi discussi a quattr'occhi con due Guinness davanti, parlando di Lars Von Trier, Kubrick, Gus Van Sant e Fiorentina.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 28 maggio 2009 alle 10:02
Parlare di me è sempre pesante, così come ricordare memorie passate. Un meccanismo che ho ben fisso in testa, antico e mai aggiornato che controlla il mio essere serendipitesco da una priorità "c" all'argomento, definendolo in qualche strano modo poco interessante per poter essere discusso.
Sarà che provo imbarazzo ogniqualvolta guardo indietro; un qualcosa di amaro parte dal mio stomaco e procede in direzione bocca. Un qualcosa di diverso dal vomito che serve a far girare un ingranaggio della più grande e perfetta macchina della Vergogna che mette in moto a sua volta il ragionamento "Ringrazia quello che sei ora, guardati prima come eri".
Non corrisponde ai canoni della Normalità odierna, in senso positivo perché provo un certo disgusto - come credo che sia ricambiato - che la Normalità provi per me. Non vivo di emozioni forti ma di accenni di sussurri dovuti a ragionamenti, aspettando che il brivido del successo confermi l'esatto di quanto penso.
Detesto le realtà marittime estive dove la gente confluisce mettendo in mostra corpi così come ad un museo, la notte. Notti di caccia a cercare di compensare pulsazioni primitive secondo le quali è necessario una qualche sorta di accoppiamento per considerare "conclusa" la caccia. Una cosa che potrebbe far sentire qualcuno in pace con se stesso. L'unico modo che ho per apprezzare il Mare è quello di vederlo durante qualche viaggio dal finestrino. Che lo voglia o no, io sono un montanaro: necessito di discese e salite, di ombre e di silenzio. Silenzio soprattutto, sul quale ho libero arbitrio scegliendo la tinta musicale appropriata da potergli dare.
Non sono poi così male.
Traccia lasciata da Defrel nella Neve il venerdì, 15 maggio 2009 alle 19:19
Firenze al mattino, dove per mattino s`intende quello in cui uno studente, come me, si reca alla fermata dell`autobus davanti al McDonald di Santa Maria Novella, è una sorta di attrazione. Cominciano a muoversi le gite come code di serpenti diventate più lunghe dopo una partita a Snake su un telefonino o in un vecchio arcade di un bar, i cinesi scaricano le loro scatole sigillate con due fila di nastro adesivo di colore bianco, con su scritto qualcosa con ideogrammi precisi. Strano, non conoscere alfabeti altrui ti fa credere che tutto sia scritto bene e non ci siano calligrafie belle, o brutte.
L`odore che si sente quando si arriva alla fermata è un qualcosa di difficilmente descrivibile: una pizza al taglio mischia quello di pomodoro, prezzemolo e mozzarella a quello di cappuccino che si sente nelle immediate prossimità del McCafé, per fortuna quello di fritto del McDonald rimane ben distante dalle narici, ma nonostante ciò, si sostituisce a lui quello del sudore di chi ha corso per arrivare fin lì: chi ha degli orari da rispettare, chi ha un appuntamento con un fidanzato che non vedrà poi per tutta la giornata, chi è atteso.
Il portantino mi porge il giornale, uno di quei quotidiani gratuiti che ti vengono sbattuti in faccia, delle pagine dei quali il marciapiede della stazione è pieno: riesci ad apprendere la notizia semplicemente guardando per terra, ciononostante la testa tra le nuvole puoi sempre tenercela, perché almeno lì non si leggono le atrocità che i giornali, da quelli gratuiti a quelli a pagamento riportano.
Presidi spia, l`Italia è tornata ad essere dopo sessant`anni un paese razzista. Vivo ogni giorno della settimana a contatto con i cosiddetti immigrati: li guardo la mattina portare a scuola i loro bambini: mi viene da sorridere ogni volta che vedo una bambina con un paio di treccie ed occhi a mandorla avvolta in un grembiulino blu. Mi viene da sorridere quando qualche suora intenta a prendere l`autobus in direzione Ospedale di Careggi si mette a guardare quei bimbi. Per quanto non sia cattolico, per quanto ritengo che le religioni siano creazioni umane, sono della convinizione che ogni credente meriti comprensione e rispetto: credo a chi mi dice di non credere in Dio, credo a chi mi dice di credere in Dio. Credo, tra le poche cose, nell`insegnamento. Credo che in questi tempi disperati sia più che necessario, credo che sia l`unico mezzo di abbattere queste barriere tra "noi" e "loro". Non è una pensiero anni `60, non è una presa di posizione comunista o cosa (come dice il vocabolario di moda in questo momento) è piuttosto quello che mi spinge a credere di essere uno dei pochi Italiani rimasti in una nazione oramai conquistata dagli Italioti.
Rimango uno di quelli che crede fermamente che la chiave della scuola sia nella Scelta.
Non la Scelta di un indirizzo scolastico o di un`Università in cui proseguire gli studi, bensì quella capacità di Scegliere che dovrà avere quell`italiano che verrà a nascere una volta terminati gli studi. La capacità di vedere dove sia il giusto o lo sbagliato aldilà degli ideali di partito, arrivati al punto tale di far passare da terroristi quei partigiani che persero la vita, a indicare quegli studenti che quest`anno hanno difeso con unghie e denti il loro fututo come degli invasati, dichiarando addirittura in un`intervista il desiderio che la protesta vada a cattivo fine, così che possa esserci la degna repressione.
E` sbagliato. E` sbagliato e non occorre essere sostenitori di una parte politica (come nel mio caso, e non è un segreto, la sinistra per capirlo). Andare a scuola è d`obbligo per ogni bambino, o ragazzo che calpesti questo suolo. E` l`unico modo veramente possibile in cui popoli e culture diverse crescono insieme, mano nella mano cercando di raggiungere un fine comune. E` un posto dove si impara a stare insieme. Dove qualcuno capisce quale sia la sua strada, dove altri trovano i primi amori. La scuola, il sapere è un patrimonio dell`umanità, e per fortuna, nel Sapere non c`è distinzione tra clandestini, immigrati regolari, italiani ed italioti.