Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 25 giugno 2009 alle 18:47

{Sono parole da treno, da Moleskine: ancora una volta le affido ai ben più stabili e meno tremuli caratteri della rete}

Da piccolo sapevo interpretare qualunque personaggio che ero in grado di immaginare.
Mentre altri preferivano i pupazzetti, io preferivo i Lego. Mentre si pensava ai videogiochi per i primi anni, io preferivo fingere d'essere qualcuno: scavavo dietro casa fingendomi un paleontologo alla ricerca di uno scheletro di qualche dinosauro. Meglio ancora: riuscivo ad interpretare qualunque personaggio di qualunque film. Perfido, cattivo, neutro, buono o divino.

Per quanto mi piaccia ancora interpretare altri: ad un GdR o in teatro, non ho mai perso di vista me stesso. Non ho mai dimenticato di essere semplice. Affronto i giorni a viso aperto, pronto a farmi schiaffeggiare dal vento, rimanendo a testa alta tanto da guardare tra le nuvole o a mettere la mia firma in bella calligrafia e di carattere grande nei giorni che ho passato. Pronto a sapermi rialzare o a reagire. Sono umano. Ho momenti di sconforto quando balzo nell'insicurezza, quando non so vedere aldilà di una mia decisione. Quando non sono convinto di quello che faccio. Dura un'ora, forse due. Quando va peggio il momento di sconforto diventa giornaliero, ma poi si ferma. La crisi finisce per dare spazio a qualcos'altro, come ad ogni guerra segue una ricostruzione.

I miei giorni mi danno tanto, ma fortunatamente, sono in grado di scegliere.
Ho scelto in seguito alla consapevolezza di stare bene. Ho scelto qualcosa di difficile a fare, ma terribilmente semplice da capire. Non sono ottimista, non sono pessimista: conosco me stesso.
Cammino avanti e affronto ogni momento. Non faccio previsioni. E' stata una questione di scelta.
Non c'è stato e non c'è niente a dirmi che ho fatto la scelta sbagliata. In silenzio, ho ascoltato, ascolto e continuerò ad ascoltare. Quando parlerò è perché ne avrò voglia e ci sarà bisogno. Quando vorrò sentire, chiederò. 
E' successo tutto nel giro di poche ore, e ho sentito il bisogno di tutto questo, più qualcosa.


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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il venerdì, 05 giugno 2009 alle 19:43

"Piangerai come un vitello" così mi dicesti dopo l'ascolto di "Linea Gotica" e prima dell'ascolto di "La Guerra, la Terra, una Questione Privata" due tasselli di uno stesso mosaico musicale che piano piano hanno arricchito i miei anni universitari, nei quali ogni volta che ho guardato al cielo ho visto una cupola a coprirmelo in parte, e sulla quale solo una volta sono salito così da poter vedere per una volta limpido e senza oppressioni di palazzi, il cielo fiorentino.

Quel mosaico che abbiamo costruito insieme, e che tra un poco rimarrò a costruirlo da solo, poiché te ne vai. Sei un genio, e lo sai. L'amico col quale ho condiviso gioie e dolori che tre anni di studi possono dare, tu ti appresti a laurearti, ed io rimango ancora un poco indietro. Quanti esami ti rimangono? Quanti i cerchi di fuoco deve saltare ancora una tigre per sentire l'applauso del pubblico? Non li voglio contare.
Tra le mani intente a collidere ci saranno anche le mie, ovviamente accompagnate da qualche infamata poiché lì per lì forse mi brucerà che tu sia diventato "Dott. Ing." prima di me. Eppure mi andrà bene lo stesso...salvo il fatto che hai deciso di lasciare Firenze. Hai deciso di salutare la tua Sardegna per venire qui, e adesso ti appresti a salutare me e quegli altri tizi che oramai fanno da sottofondo ai nostri assoli per andare chissà dove. Il mondo non ti aspetta di certo, ma tu sai come fare a chiedergli un ricevimento.

La cosa più appropriata per descrivere il mio stato d'animo attuale è "incazzatura furiosa" al pensiero che il mio migliore amico mi sta salutando, e mi rimangono pochi mesi per fare con lui tutto ciò che non ho fatto finora: invadere il Vaticano, correre nudi per Firenze oppure andare a trovare Giovanni Lindo Ferretti a Cerreto Alpi per farlo tornare su suoi passi. Obiettivi discussi a quattr'occhi con due Guinness davanti, parlando di Lars Von Trier, Kubrick, Gus Van Sant e Fiorentina.

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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 28 maggio 2009 alle 10:02

Parlare di me è sempre pesante, così come ricordare memorie passate. Un meccanismo che ho ben fisso in testa, antico e mai aggiornato che controlla il mio essere serendipitesco da una priorità "c" all'argomento, definendolo in qualche strano modo poco interessante per poter essere discusso.
Sarà che provo imbarazzo ogniqualvolta guardo indietro; un qualcosa di amaro parte dal mio stomaco e procede in direzione bocca. Un qualcosa di diverso dal vomito che serve a far girare un ingranaggio della più grande e perfetta macchina della Vergogna che mette in moto a sua volta il ragionamento "Ringrazia quello che sei ora, guardati prima come eri".

Non corrisponde ai canoni della Normalità odierna, in senso positivo perché provo un certo disgusto - come credo che sia ricambiato - che la Normalità provi per me. Non vivo di emozioni forti ma di accenni di sussurri dovuti a ragionamenti, aspettando che il brivido del successo confermi l'esatto di quanto penso.
Detesto le realtà marittime estive dove la gente confluisce mettendo in mostra corpi così come ad un museo, la notte. Notti di caccia a cercare di compensare pulsazioni primitive secondo le quali è necessario una qualche sorta di accoppiamento per considerare "conclusa" la caccia. Una cosa che potrebbe far sentire qualcuno in pace con se stesso. L'unico modo che ho per apprezzare il Mare è quello di vederlo durante qualche viaggio dal finestrino. Che lo voglia o no, io sono un montanaro: necessito di discese e salite, di ombre e di silenzio. Silenzio soprattutto, sul quale ho libero arbitrio scegliendo la tinta musicale appropriata da potergli dare.

Non sono poi così male.

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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il venerdì, 15 maggio 2009 alle 19:19

Firenze al mattino, dove per mattino s`intende quello in cui uno studente, come me, si reca alla fermata dell`autobus davanti al McDonald di Santa Maria Novella, è una sorta di attrazione. Cominciano a muoversi le gite come code di serpenti diventate più lunghe dopo una partita a Snake su un telefonino o in un vecchio arcade di un bar, i cinesi scaricano le loro scatole sigillate con due fila di nastro adesivo di colore bianco, con su scritto qualcosa con ideogrammi precisi. Strano, non conoscere alfabeti altrui ti fa credere che tutto sia scritto bene e non ci siano calligrafie belle, o brutte.

L`odore che si sente quando si arriva alla fermata è un qualcosa di difficilmente descrivibile: una pizza al taglio mischia quello di pomodoro, prezzemolo e mozzarella a quello di cappuccino che si sente nelle immediate prossimità del McCafé, per fortuna quello di fritto del McDonald rimane ben distante dalle narici, ma nonostante ciò, si sostituisce a lui quello del sudore di chi ha corso per arrivare fin lì: chi ha degli orari da rispettare, chi ha un appuntamento con un fidanzato che non vedrà poi per tutta la giornata, chi è atteso.
Il portantino mi porge il giornale, uno di quei quotidiani gratuiti che ti vengono sbattuti in faccia, delle pagine dei quali il marciapiede della stazione è pieno: riesci ad apprendere la notizia semplicemente guardando per terra, ciononostante la testa tra le nuvole puoi sempre tenercela, perché almeno lì non si leggono le atrocità che i giornali, da quelli gratuiti a quelli a pagamento riportano.

Presidi spia, l`Italia è tornata ad essere dopo sessant`anni un paese razzista. Vivo ogni giorno della settimana a contatto con i cosiddetti immigrati: li guardo la mattina portare a scuola i loro bambini: mi viene da sorridere ogni volta che vedo una bambina con un paio di treccie ed occhi a mandorla avvolta in un grembiulino blu. Mi viene da sorridere quando qualche suora intenta a prendere l`autobus in direzione Ospedale di Careggi si mette a guardare quei bimbi. Per quanto non sia cattolico, per quanto ritengo che le religioni siano creazioni umane, sono della convinizione che ogni credente meriti comprensione e rispetto: credo a chi mi dice di non credere in Dio, credo a chi mi dice di credere in Dio. Credo, tra le poche cose, nell`insegnamento. Credo che in questi tempi disperati sia più che necessario, credo che sia l`unico mezzo di abbattere queste barriere tra "noi" e "loro". Non è una pensiero anni `60, non è una presa di posizione comunista o cosa (come dice il vocabolario di moda in questo momento) è piuttosto quello che mi spinge a credere di essere uno dei pochi Italiani rimasti in una nazione oramai conquistata dagli Italioti.
Rimango uno di quelli che crede fermamente che la chiave della scuola sia nella Scelta.
Non la Scelta di un indirizzo scolastico o di un`Università in cui proseguire gli studi, bensì quella capacità di Scegliere che dovrà avere quell`italiano che verrà a nascere una volta terminati gli studi. La capacità di vedere dove sia il giusto o lo sbagliato aldilà degli ideali di partito, arrivati al punto tale di far passare da terroristi quei partigiani che persero la vita, a indicare quegli studenti che quest`anno hanno difeso con unghie e denti il loro fututo come degli invasati, dichiarando addirittura in un`intervista il desiderio che la protesta vada a cattivo fine, così che possa esserci la degna repressione.
E` sbagliato. E` sbagliato e non occorre essere sostenitori di una parte politica (come nel mio caso, e non è un segreto, la sinistra per capirlo). Andare a scuola è d`obbligo per ogni bambino, o ragazzo che calpesti questo suolo. E` l`unico modo veramente possibile in cui popoli e culture diverse crescono insieme, mano nella mano cercando di raggiungere un fine comune. E` un posto dove si impara a stare insieme. Dove qualcuno capisce quale sia la sua strada, dove altri trovano i primi amori. La scuola, il sapere è un patrimonio dell`umanità, e per fortuna, nel Sapere non c`è distinzione tra clandestini, immigrati regolari, italiani ed italioti.

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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 23 aprile 2009 alle 23:33

Ripeto a me stesso che l'unica vera crisi che c'è stata è stata quella che ha segnato la fine del XIX secolo, quella che è stata chiamata "Crisi dei Valori", quando il mondo si avvio dritto verso quella Belle Epoque che segnò i primi quindici anni del millenovecento, una maschera atroce in prospettiva degli ottantacinque anni che sarebbero seguiti: all'insegna di sterminio, morte, guerra, atrocità.

Se quella crisi non ci sarebbe stata, il mondo sarebbe stato un posto migliore. Ci sarebbe stata una distanza evitata perfino dall'orrida cultura ispanico-latinoamericana predicatrice d'un calore tra esseri umani. Ci sarebbe stato quel gap che superare sarebbe stato impossibile, anche dopo anni di conoscenza. Allora esisteva tutto: c'era la musica, c'era la scienza e a differenza di oggi c'erano gli eroi, di cui al giorno d'oggi hanno fatto scorpacciata i lombrichi. C'era il gusto della discrezione e c'era la capacità di sapere e potere rispondere in merito alle competenze.
Una volta sarebbe stato perfetto, al giorno d'oggi invece esistono più mostri di quelli di prima. Tutto questo contatto, tutte queste semplificazioni a cosa hanno portato? Mostri. I mostri camminano tra la gente, vestiti da gente in tutto e per tutto, ma è davanti a tali mostri che la gente, una volta che comincia a scavare fugge.

Forse perché usiamo metodi un tantino diversi, o perché nel nostro essere innaturali ci sembra innaturale l'andamento di questi anni. Alla fine si costruisce intorno a te una semispecie di muro e rimani da solo, rimani incapace addirittura di sfogarti, perché farlo è un lusso troppo grande. Oppure sei talmente abituato a farlo che oramai non funziona più, come il giochino della moneta dietro l'orecchio dei bambini.
Quel muro spesso e invalicabile, fatto da più e più mattoni che ti stritolano dentro, ma alla fine quel centimetro è tutto quello che ti rimane per essere ciò che sei senza mentire a te stesso.
La gente è spietata, più di quanto sembra.

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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il venerdì, 06 marzo 2009 alle 23:15

Da qualche ora mi trastullo ascoltando a ripetizione la voce di Cindy Lauper, mentre canta "True Color" uno dei suoi vecchi pezzi, del lontano 1986. Più vecchio di me. Fortuna che la musica non invecchia mai. E' strano ascoltare un qualcosa di questa delicatezza, soprattutto in questi giorni che passano tra u2, Bruce Springsteen, Pearl Jam, CCCP Fedeli alla Linea, Consorzio Suonatori Indipendenti, la voglia di libertà dei Modena City Ramblers del periodo pre-ispanico (i.e. "Riportando Tutto a Casa") e la dolce malinconia dei testi di Franco Battiato.

Tuttavia è la canzone della Lauper quella che mi incanta, costringendomi ad appoggiare il gomito sul bordo della scrivania e ad appoggiare la mano al mento; sguardo poco più su del monitor del computer sul quale sto scrivendo, e poi si fa un tuffo nei miei pensieri: stile buono, entrata in acqua non tanto, purtroppo la mia mole non mi concede il lusso di impattare la superficie dell'acqua senza sollevare schizzi. Forse perché son pigro, forse perché sto perdendo lo smalto di un tempo, non ho più tanta voglia di tradurre la canzone, credo che dica qualcosa di bello in ogni suo verso. Non mi sforzo neanche un poco a cercare a capirlo ma dice per ben due volte "Show me a smile" e "You know, I'll be there". Per chi non conosce l'idioma d'Albione, le due frasi sopracitate significano "Mostrami un sorriso" e "sai che sarò lì".
Riescono a tirarmi vagamente su di morale, sebbene la tensione di questi giorni mi stia stringendo come una morsa d'acciaio: non quella da meccanico eh, è passata di moda: la usano tutti i tipi di cattivi dei film horror/splatter; bensì quella morsa che si usa per spaccare le noci. Da piccolo (e anche ora) sobbalzo al sentire il "crac" deciso del guscio della malcapitata noce che si spacca.
Mamma mia, che thread naif, mi sto quasi facendo schifo da solo per come divento quando ascolto una canzone appena più melodiosa, eh vabbeh: questo è il vero potere della musica.

Come un telefono cellulare, il mio cinismo ha bisogno di una caricata (solo di batteria, per fortuna non di soldi) che salutariamente gli dò il venerdì sera di ogni fine settimana, chiuso nel cubo forato di camera mia (fori su due facce: porta e finestra), quella camera di Selvena.
Qual è il mio vero colore? Boh.
Penso di non essere di nessun colore in particolare: ma se non si è colorati si è bianchi? Allora sono bianco. Accetto la sentenza con una certa riluttanza a ricordare che il Bianco nella bandiera della Fu Repubblica Democratica Italiana rappresenta la tradizione cattolica

Introibo ad altare Dèi (cit.)

però il bianco in cui mi cullo non è quel bianco della bandiera che gli inetti inseguivano ne "la Divina Commedia" di Dante Alighieri, non credo che sia lo stesso bianco ambito nell'anti-inferno da Bonifacio VIII, bensì il Bianco di chi ha scelto la propria parte, di chi ha messo a disposzione di terzi una tela su cui dipingere qualcosa: sia questa una nera eclissi, o, a detta dei CSI "un'alba blu".
Entrambe sarebbero belle, ma le gradirei dipinte alla maniera di Monet (del quale vanto un quadro auto-colorato con guida sotto, comprato all'edicola di Selvena nell'oramai lontano 2001, alla vigilia dell'esame di terza media).
Il bianco di cui mi beo è quello dal quale ho cancellato tutti i colori, un orfano del passato disposto a farsi adottare e, allo stesso tempo qualcuno con una memoria eccelsa, ma non disposta a ricordare quanto ha passato, quanto hanno visto questi occhi e sentito queste orecchie.
Ogni cosa che ho passato mi crea imbarazzo; è più forte di me: non riesco a ridere pensando alla maggior parte dei miei ricordi. Porto le mani alle tempie e comincio a battere la testa sulla scrivania, stando sempre attento al naso; quando va peggio, proprio alle brutte, comincio a dire "Scemo, scemo, scemo..." tante volte quanto basta a sovrascrivere il tutto, ma non ci riesco mai veramente.
Forse perché da quello che ho passato ho preso i degni appunti per essere quello che sono ora.
Forse perché non è detto che togliendo tutti i colori possibili si ottenga un colore brutto.
Il Bianco è bellissimo.


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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il giovedì, 26 febbraio 2009 alle 18:53

Sono andato a vedermi dopo mesi d'attesa "il curioso caso di Benjamin Button". Intriso nel patriottismo americano tanto quanto una bruschetta nell'olio ad una festa dell'Unità in qualche paesello del senese. La cosa mi dispiace un po perché a parte qualche leccata di "didietro" qua e là allo spettatore, il film offre uno dei più belli, se non il più bello spunto di riflessione che un film mi abbia offerto.

Uno spunto di riflessione prende vita da una domanda, vi si origina, nasce piano piano come idea di una risposta, dall'idea si passa ad un'ipotesi raffinata che piano piano comincia ad arricchirsi fino a raggiungere la forma matura e (si spera) perfetta di tesi.
Di risposte al mondo sono presenti già tutte, purtroppo sono le domande che scarseggiano.
Ciò che non è presente per una trasformazione viene improvvisato con risultati offensivi all'intelletto di artisti pseudo-depravati e di neofascisti dediti a quella "forma d'arte" che loro chiamano futurismo.
Impressionante quanto tenda ad essere un convinto conservatore, almeno in campo artistico - certo, una volta Michelangelo Buonarroti e Michelangelo Merisi detti rispettivamente Michelangelo il primo (fantasia - ma che tra l'altro vanta una via intitolata a lui anche a Selvena) e Caravaggio il secondo.
Chiudo la parentesi tanto per mettere davanti ai cari, nostri occhi, quanto può diventare brutto quel nostro intorno chiamato mondo nel quale ci apprestiamo a vivere se tentiamo di distorcere la realtà e rappresentarla secondo le nostre "emozioni", i piedi servono per camminare, non per dipingere.

La vita vissuta al contrario può essere interessante sotto ogni punto di vista, si è neonati per ben due volti, due estremi di dimensioni "piccole" in un intervallo di tempo lungo tanto quanto una vita normale.
Da bambini abbiamo sempre la nostra forma di demenza, privi di coscienza per quello che si fa quando picchiamo il cuginetto o il fratellino, quando tiriamo la coda al gatto, quando urliamo perché vogliamo ancora della pappa. Tutti si stupiscono quando cominci "ad agire come da protocollo".
Quando dici "pronto" al telefono, quando prendi il tuo primo 10 e lode a scuola scritto a tutta pagina nel quaderno dalla penna rossa della maestra.
Da vecchi è lo stesso, e anche qui lo stupore degli altri viene fuori quando si fa qualcosa che rientra perfettamente nel modus operandi degli adulti.
Una seconda demenza, si, ma a differenza del Button del film, non siamo neonati due volti. Per fortuna, aggiungerei.
Tutto ciò che conta davvero nella vita, lui lo trova a metà strada, eppure sono convinto che non sia così.
Qualcosa mi dice che trovi ciò che vuoi nella vita se e solo se vuoi farti veramente trovare. Io me ne sto nel mio piccolo covo che ho arredato a mò di mondo perfetto. Difficile da entrarci se non impossibile, difficile che da questo io vi esca. Mi piace stare da solo a pensare a ciò che di buono, per me, potrei fare. Molti lo chiamano egoismo, però quello che faccio non lo faccio per il mio ego, non per sentirmi di più ma per sentirmi solo meglio. E' così difficile pensare che faccio del mio meglio solo per sorridere quando mi guardo allo specchio? E' difficile pensare che io non voglia nessuno intorno a me, perché quando qualcosa come una mosca mi ronza intorno cambio in peggio? No. Me ne sono reso conto.

E' infine ovvia la tesi che sto esibendo, cercando di non disturbare con le mie parole pensieri altrui che posso, in silenzio, rispettare: la cosiddetta "felicità" arriva da te se gli apri la porta. Cos'è la felicità per me? Riuscire ad andare a letto la sera e riuscire a prendere sonno, svegliarmi la mattina con gli occhi semichiusi davanti allo specchio e riuscire a dirmi "sei pronto?", riuscire a fare di me stesso qualcosa di indipendente da interazioni umane quali scambi di pensieri, sentimentalismi, sensazioni che vanno a formare un rapporto duraturo di coppia.
Sinceramente, non ho bisogno di rapporti primitivi mascherati da "scelta di vita" dall'evoluto travestimento dei sentimenti.


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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il martedì, 23 settembre 2008 alle 21:56

Ci sono canzoni che in qualche modo sento mie più di ogni altre. Patrizia mi ha fatto la cortesia di passarmi la Mia. Una giovane Tori Amos al pianoforte che intona "Winter" è tutto ciò che mi tiene compagnia dal vero, ora che la febbre mi assale: spero che mi perdoniate, ma dico così poiché mi tiene compagnia davvero, per quanto la musica non si possa toccare, lei riesce in qualche strano modo a farti capire che è lì: avvolge, abbraccia e altre ancora soffoca, ma sempre chiedendoti "per favore".
La cosa bella è che tengo lo schermo del portatile inclinato in avanti così da avere un poggiatesta.
Sto diventando pigro. Sono troppo pigro anche per tenere la testa alta. Sono pigro per alzarmi e andare verso il bagno, pigro per alzarmi e farmi un tè, ma starsene qui aiuta a riflettere. Sopratutto quando la tua finestra sul mondo si apre facendoti vedere quello che scegli tu. L'altra finestra, quella vera, mostra palazzi a non finire e fa passare qualche schiamazzo di troppo. La città è fatta anche di questo: grovigli di storie, intrecci e vite che ti sfiorano, in corrispondenza univoca con te: tu in qualche modo entri nelle loro vite, loro raramente nella tua, e questo, lentamente, ti lascia capire quanto la tua vita dipenda da un sottoinsieme ristretto del popolo del mondo.
Sorridi sotto i baffi quando dai un aiuto ad una bella ragazza, o una dritta a qualcuno che ti chiede un informazione. Borbotti quando qualcuno viene a chiedertela a te, poiché è bizzarro che con tutta la gente che c'è proprio a te tocchi l'ingrato compito di tendere la mano. Scopri il vero te ogni giorno, e non saranno un sant'uomo, od un politico, o un'Olimpiade o Mondiale a farti sentire un po più buono, un po più generoso, un po più italiano. Sogni in fondo a te di avere una vita di successo, così che il successo ti porti a realizzare quanto nella tua infanzia speravi di realizzare: che sia un bar, fare il pompiere o il supereroe.
Belli i bambini, vogliono fare tutto senza paura di non essere qualcuno.
Di che ho paura io? Ho paura di aprire la mia finestra, e di trovarmi di fronte uno specchio. Quella si che sarebbe brutta. Odio le foto: ricordano ciò che è stato. Odio ricordare di me da bambino: perché sento la vergogna avanzare a falcate. Odio quando ho troppa gente intorno: la gente non tollera l'inconsueto.
Passo minuti davanti allo specchio con un po di gel nel palmo della mano o con lo shampoo a portata, sperando di trasformarmi in qualcuno che non sono io.
La verità, però, è sempre lì riflessa. Uno sguardo stanco, occhi piccoli, capelli disordinati, qualche neo di troppo e la testa sproporzionata. Dico a me stesso di non aver paura di non essere nessuno, e al contempo mi sforzo per essere notato.
Possibile che la mia massima aspirazione è diventare uno dei tanti? Uno di quelli che se ne sta dietro una cattedra, oppure uno di quelli che dietro ad una scrivania sfrutta se stesso per dare vita al nuovo: insegnamento e ricerca hanno sempre il suo fascino.
Perché le persone riescono a vedere se sei insicuro o sicuro di te? Io non ci riesco, mi sembra tanto come puntare il dito verso qualcuno. Un saggio mi ricorda che sei pur sempre tra animali, ed il capobranco è necessario. Io ricordo a me stesso che sono troppo tonto per crederci.

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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il lunedì, 15 settembre 2008 alle 19:48

Il tizio in verde fischiò con decisione nel fischietto, facendo cenno al pilota del treno di partire. Dal finestrino chiuso a mezza via salutavo gli altri, muovevo un po la testa nella piccola fessura, oltre che le mani; mi permetto di guardarli attentamente, poiché per tanto, troppo tempo non li rivedrò. Non è mai un addio, per fortuna, è solo un arrivederci. Non sono mai stato capace a dire addio, neanche quando mi convincevo di farlo. Forse perché sono una parte integrante della mia vita, forse perché ringrazio che per tante, grandi e piccole cose, loro ci sono. Non sono lì a due passi da uscire di casa, farsi quei pochi metri, e suonare al loro campanello; ma quando ti trovi a condividerci qualcosa la sensazione è esattamente la stessa.

Il viaggio nel treno sembra un viaggio nel tempo: si alternano rovine, castelli, giovani, vecchi, cielo, nubi e pioggia. La pioggia penetra dai finestrini "chiusi" e non in una carrozza di un regionale di seconda classe.
Tossicchio, e sento la gola stridere tanto da farmi male. In quel momento, quando sfioro il mio collo mi travolge un'ondata di pensieri. Qualcosa dall'amorevole peso di una tonnellata e più, e a me non resta altro che farmi travolgere. Nell'ordine prendo: una pseudo-moleskine dall'aspetto medievale, e una bic della quale, non senza agitazione, tolgo il tappo, appoggiandone la punta sul foglio.
Muovo il polso per scrivere qualcosa, ma la penna non lascia segno, sebbene sia piena zeppa d'inchiostro. Un suggerimento per usarlo in occasioni migliori? Oppure una pacca sulla spalla per dirmi "suvvia, riposati e goditi il viaggio" o frasi del genere.
Non dormo, odio farlo nei treni. No, non ho paura di rimanere a bordo mentre il treno continua la sua corsa, bensì ho paura di non godermi il viaggio. Occhi aperti mentre attraversi il mondo: mi sono sempre chiesto perché quei due tizi che avevo accanto in aereo, nel lontano 2005, dormivano mentre io, meravigliato, passavo sopra a Parigi con l'aereo. Prima ancora Londra, prima ancora Dublino e l'Irlanda tutta che salendo in alto diventava un giocattolo.
Esiste qualcosa che è per sempre? E' possibile sistemare un otto in posizione orizzontale così da cambiare il suo significato in infinito? Cosa è per sempre? L'amore? No, prima o poi si muore.
L'amicizia? Vedi sopra. Il mondo? No, ancora rimangono cinque miliardi di anni all'esplosione del Sole, quando si trasformerà in una gigante rossa...poi insomma, cinque milardi non sono l'infinito.
La tesi più ovvia è che tutti noi, in un modo o nell'altro siamo una goccia di eternità. Non una serie di numeri, ma un insieme. Non un vettore, ma una matrice. Non un'ora, ma un processo di secondi: non una manciata, un processo, pericolosamente tendente all'infinito.
Siamo ciò che siamo per le scelte che facciamo, più che per quelle scelte che ci vengono imposte, più che per quelle idee che cerchiamo di martellarci in testa come se fossero insegne di locali.
Capisci chi sei quando stai con le spalle diritte: liberi dai pesi che porti, sai chi sei quando sei spensierato, nonostante studi, problemi e varie ti attanagliano. Sai chi sei quando capisci che anche in mezzo al nulla, con quelle persone di cui - con piacere - ti circondi, ti accontenti di quello che con altre sembrerebbe oro colato.

Grazie a tutti voi.


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*Hvis Lyset Tar Oss*


Traccia lasciata da Defrel nella Neve il martedì, 08 luglio 2008 alle 12:16

Immerso tra equazioni, stime e tutto quello che implica una facoltà di ingegneria, mi trovo a riscrivere, ancora una volta
dietro questo banco. Dopo un addio a tutto quello che prima fu, prima dei pentimenti per ciò che dopo sarà. La testa piegata in avanti così come le spalle, ma non appoggiata alla tastiera, anzi: allo schermo del portatile: un po
perché fa troppa luce ed i miei potrebbero - giustamente - alzarsi e righiarmi contro, sebbene abbia settato la luminosità al minimo. Se mi chiedete perché non sia in camera mia è precisamente perché questo post è scritto nella sua, spero, integrità
in quel di un bungalow al campeggio. Sto comodo nelle posizioni scorrette, anche perché vorrei vedere voi a scrivere su una sedia senza
ombra di un qualche poggiaschiena, uno sgabello un po più tarchiato per spacciarsi da mobile da cucina.

Sono state sere interessanti, un po introspettive, nelle quali alle nostre parole ha fatto sfondo una strada di un paio di kilometri, percorsa tante volte da farli diventare venti, quei kilometri: avanti, dietro, su, giù, dietro di fronte, con qualcosa da bere consumato un po
qua un po la, a cantare su un palco invaso da ragazzini e da grandi nostalgici di cantautori italiani una canzone straniera: "With or without you" che oramai ai karaoke vari è diventata il mio cavallo di battaglia, nonostante mi dedichi ad altra musica. Fa bene ascoltare quella canzone, cantarla fa ancora meglio: è come convincersi di riuscire a fare qualcosa che sai già di non saper fare.
Avete presente i bambini piccoli che giocano a pallacanestro, dove il canestro è alto non si sa quanto più di loro?
Ecco, quei bambini lo guardano con occhi immensi dicendosi, dentro di loro "io ce la faccio, io ce la faccio, io ce la faccio" ennesime volte, e alla fine,
alzano le braccine e con quanta forza hanno, gettano il pallone verso l'alto, cercando di dargli l'orbita giusta per fargli centrare il canestro e talvolta,
ce la fanno. Sono pochi quelli che riescono a prendere in pieno il bersaglio.

Il mio bersaglio, anzi no, che brutto chiamare bersaglio un'essere vivente, era lì davanti a me.
Poche sere su tutte quelle complessive, e purtroppo non ho avuto il piacere di percorrere quella strada.
Avanti, indietro, sarebbero diventati addirittura trenta o quaranta quei kilometri, sebbene avrei avuto poco da dire: la mia timidezza in certe
situazioni impera e ancora una volta si è dimostrata essere tale. Forse se c'è una cosa che diverte le donne è vedere l'uomo di turno starsene lì a fare un collage di parole rimediate per un'eccelsa botta di voisapetecosa e spiattellarle lì davanti.
La tipica scenetta dell'imbranato, che almeno nel caso mio diventa tinta unita coi capelli, e non è più in grado di dire niente.
O dice solo sciocchezze, eppure stavolta ho detto troppo, più di quanto un paio di orecchie normale sarebbe in grado di ascoltare.
Ho ascoltato, quando non ho parlato, perché se c'è un errore immenso è il non ascoltare le persone che ti stanno intorno: potrebbero parlare degli
altri, o di te, ma se c'è una cosa che vale la pena di imparare è che le persone in ogni tipo di parere sanno essere soggettive.

Ogni sfumatura assume una certa interpretazione, e a te da buon allievo pittore non resta altro che cercare di prendere un pennello in mano e confrontare
quanto le tue sfumature siano uguali alle sue. Peccato che io non sappia dipingere, e sia troppo stanco per mettermi a fare calcoli: sdraiato su di un letto con le
mani dietro alla nuca a guardare quello che poi è il letto sopra il tuo, perché si sa: purtroppo ai campeggi sono soliti mettere letti a castello nelle camere destinate
"ai bambini". Su quel letto a castello non ho lasciato niente: perché i pensieri si sono scortesemente rifiutati di uscire, esprimendo chiaramente il desiderio di seguirmi
fino a qui, fino a casa. Ed ogni volta che vedo accendersi la maledetta luce rossa del cellulare, ogni volta che utilizzo msn, vari e derivati, ma non è quella finestrella a diventare
arancione, anzi: non appare proprio, ogni volta che mi propongo un traguardo e già vado aldilà di tale per vedere chi arriva prima, scoprendo che non arriva nessuno a
tagliarlo poiché io vi sono dietro e tutto perché ho paura di rischiare.

Ogni volta che penso a quanto mi sono perso a causa di una timidezza fondatissima.
Ogni volta che penso a quello che potrei o non potrei avere.
Ogni volta che penso se lo potrei avere.
Ogni volta che spero di vedere risposte dietro occhi verdi.
Ogni volta che cerco a due mani o più nei ricordi per uscire solo con della sabbia bagnata tra le mani.
Ogni volta che mi sento consolare e sento come un urlo venire non dal cervello, ma da tutto il mio corpo.
Ogni volta che mi chiedo che ci sto a fare.
Ogni volta che mi dico che sarebbe peggio se...
...per poi riprendermi e dire che potrebbe anche andare meglio.
Ogni volta che cerco una sua scia, ma non sono in grado di seguirla.
Ogni volta che il mio cervello lascia qualche istante casa per pensarle e tenta di seguirla.
Ogni volta che mi domando, come adesso, quali saranno le sue reazioni qualora legga tutto questo,
quando da mesi la vedevo muoversi da sconosciuta, almeno per me, in ambienti per me troppo noti.
Quando chiedevo ad altri chi fosse, e gli altri mi rispondevano.
Quando chiedevo a chi l'avesse conosciuta com'era: se bella, simpatica, se taciturna, se chiacchierona.
Quando un'unica degli altri mi ha sorretto, sebbene non abbia potuto evitare il mio sprofondare.
Quando mi domando che cosa succederà.


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*Hvis Lyset Tar Oss*